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Foto omelia V quaresima 2020

V Domenica di Quaresima
29 marzo 2020
Concattedrale dei Santi Giovanni e Paolo - Ferentino
Trasmessa da Radio Ferentino
 
Care sorelle e cari fratelli,

abbiamo davvero bisogno i questi giorni di ascoltare la Parola di Dio, una parola di vita e di resurrezione. Davanti alla morte di tanti in queste settimane e davanti alla malattia oggi riceviamo una profezia di vita per i vivi e per i defunti. Il profeta Ezechiele si rivolge agli esiliati a Babilonia, un popolo privato di tutto e deportato, che ha lasciato alle spalle una città distrutta e depredata delle sue ricchezze, un popolo deluso davanti a un Dio che sembra avere perso la sua forza, una città dove erano rimati solo i più poveri. Potrà di nuovo il Signore salvare quel popolo? Potrà Israele tornare a vivere sereno e in pace nella sua terra? Potrà Gerusalemme essere ricostruita e i suoi poveri sfamati?

Care sorelle e cari fratelli, sono domande che forse, seppur in maniera diversa e in un contesto differente, accompagnano anche noi in questi giorni. Chi ci salverà da questa pandemia che sta mettendo a dura prova la vita di tante persone, che provoca morte, che sta eliminando una generazione di anziani, così preziosi per la vita delle nostre famiglie, che sta moltiplicando le sofferenze dei poveri? Dov’è il Signore? Forse dorme, come nella barca mentre i discepoli stanno per essere travolti dalla tempesta?  Cari fratelli, Il Signore è con noi nella barca, è con noi come era con il suo popolo in esilio e con coloro che erano rimasti a Gerusalemme. Lo dice il profeta, lo dice la Parola di Dio, quando proclama che siamo sotto il dominio dello Spirito che abita in noi. Lo Spirito è la vita di Dio, è la sua forza, che è speranza, visione, lotta per il bene.

Gesù non si rassegnò davanti alla malattia e alla morte del suo amico Lazzaro. Non rimase inerte. Decise di andare da lui, nonostante i discepoli lo sconsigliassero, perché tornare in Giudea sarebbe stato pericoloso per lui. Ecco la prima cosa da fare, cari fratelli: decidere di andare là dove qualcuno sta male, dove la malattia e il bisogno ci chiamano. Non possiamo non ricordare e affidare al Signore tutti coloro che in questi giorni lo fanno quotidianamente rimanendo vicino ai malati con dedizione e generosità negli ospedali. Gesù andò e gli vennero incontro Marta e Maria per dirgli che Lazzaro era morto. La risposta di Gesù rimase per loro incomprensibile, ma insieme andarono al sepolcro piangendo. Solo un’altra volta si parla del pianto di Gesù, quando dal monte degli ulivi guarda Gerusalemme e piange su di essa (Luca 19,41). Gesù non rimane indifferente davanti al dolore e alla morte. Partecipa al dolore di Marta e Maria, e dei “Giudei che erano venuti con lei”. E la gente dice: “Guarda come lo amava”. Gesù ama e piange. Piange perché ama. E poi, dice il Vangelo, che “fremette dentro di sé”. Gesù freme di sdegno davanti alla morte, non può accettare che la morte sia l’ultima parola della vita di un uomo. La morte è il suo e il nostro nemico. Anche noi oggi fremiamo di sdegno davanti alla morte ingiusta e improvvisa di Michele, uomo che veniva alla mensa e partecipava ai pranzi di Natale della Comunità di Sant’Egidio come un amico prezioso. Dormiva in una roulotte, che è bruciata con lui per una bombola di gas esplosa. Con Gesù lo piangiamo e lo affidiamo alla sua misericordia, lui che tanto ha sofferto in questi ultimi anni, perché viva nella pace del Paradiso.


Cari fratelli, stiamo avvicinandoci alla Settimana Santa, dove Gesù stesso viene messo a morte. Davanti al sepolcro di Lazzaro viene quasi prefigurato il suo fremito, la sua angoscia nell’orto degli ulivi. Sì, la morte è una grande ingiustizia, un affronto alla vita che Dio ci ha dato, ma è anche parte della fragilità della nostra umanità. Siamo polvere, siamo deboli, siamo poca cosa. Lo stiamo sperimentando in questi giorni. Un virus ci ha colpito all’improvviso e ha infranto le nostre certezze. Tuttavia, cari amici, agli occhi di Dio siamo molto. Egli, come dice il Salmo, “ci ha fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore ci ha coronato” (Salmo 8,6). Non ci abbandonerà nella malattia, neppure nella morte, come ha fatto con il suo amico Lazzaro. Egli “freme” per noi, per amore nostro; egli è la vita e la resurrezione. “Lazzaro, vieni fuori!”. La Parola di Gesù è vita. Essa ci libera dalle bende che ci tengono legati a noi stessi, come morti alla vita, incapaci di vedere, di riconoscere Gesù e gli altri, di parlare, di piangere e di gioire non solo per noi. Lazzaro non parla. Qualcuno lo deve liberare dalle bende perché possa vedere, parlare e camminare, riprendere vita.

Cari fratelli, è il tempo di lasciarci liberare dal Signore. È il tempo di liberare gli altri dalla paura di vivere, di guardare, di parlare, di aiutare, di condividere la propria vita con gli altri. Nella distanza che ci separa fisicamente riscopriamo il senso di essere un popolo, uomini e donne legati l’uno all’altro, poveri o ricchi che siamo, deboli o più forti, anche se tutti ci scopriamo fragili e bisognosi davanti alla malattia e alla morte. Non nascondiamo più la nostra debolezza e il nostro bisogno di essere salvati dal Signore, certi di trovare in lui forza e speranza per far crescere il bene e per continuare a vivere come suo popolo. Così egli ci rende ogni volta che lo ascoltiamo e crediamo in lui.

 

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