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XV Forum dell'Informazione Cattolica per la Cura del Creato

INDIETRO NON SI TORNA - Un nuovo umanesimo alla luce della Laudato sì’
Montefiascone, 05 settembre 2020

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Fede e cura della casa comune secondo la Laudato sì’

1.      Il titolo dell’intervento, che mi è stato assegnato, coglie un aspetto essenziale dell’enciclica Laudato sì’, che sembra scontato quanto poco tenuto in considerazione: l’ecologia, o meglio la cura della casa comune, non è solo una scienza umana che riguarda le condizioni dell’ambiente materiale in cui viviamo e in cui esiste l’universo, ma ha a che fare anche con la fede. Solo questo stretto legame permette di scrivere per la prima volta un’enciclica che ha al suo centro il tema dell’ambiente. Da qui emergono una coscienza e una constatazione. La coscienza ci inserisce nella perenne riflessione della Chiesa, per cui la fede vive e cresce nella storia, e non è qualcosa di astratto o di concettuale, nonostante si esprima con dei concetti e delle verità. La constatazione è altrettanto semplice quanto dimenticata ancora oggi nella vita della nostra Chiesa: fino all’enciclica questo legame non era diventato neppure materia di riflessione compiuta per la nostra Chiesa. Del resto, non è la prima volta che la Chiesa ci indirizza verso un pensiero che cerca di rispondere ai segni dei tempi, che solo nell’ottica di una fede incarnata nella storia può avvenire. Per restare agli ultimi cento anni o poco più, le cosiddette encicliche sociali sono forse gli scritti magisteriali che più hanno risposto alle domande del tempo in cui venivano prodotte. Per citarne solo alcune: dalla Rerum Novarum di Leone XIII (1891), che affrontava il tema della questione operaia, passando attraverso la Pacem in terris di Giovanni XXIII (1963), fino alla Populorum progressio di Paolo VI (1967), alla Centesimus annus di Giovanni Paolo II (1991) e infine alla Caritas in veritate di Benedetto XVI (2009)[1]. Papa Francesco all’inizio dell’enciclica inserisce la sua riflessione proprio all’interno della riflessione dei suoi predecessori, individuando nelle loro parole i prodromi di ciò che egli proporrà come pensiero articolato e nuovo.

2.      “Il Vangelo della creazione” [2](LS 62ss). Due riferimenti: - “Relazione con Dio, con il prossimo e con la terra” (LS 66); “Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data…” (LS 67).       Nei primi capitoli della Genesi appare con evidenza la dipendenza del creato da Dio. L’essere umano è “formato” dalla “polvere” della terra e vive per il soffio vitale di Dio. Egli/ella, maschio e femmina – perché l’’adam originario (l’essere umano) li contiene ambedue -, porta in sé stesso l’impronta di Dio, quello che il testo biblico si sforza di presentare come “immagine e somiglianza”. Pertanto, fin dall’origine egli è visto come una relazione: con Dio anzitutto mediante il soffio vitale, con il prossimo (maschio-femmina; poi fratelli) e con il creato intero, di cui è solo una parte. La “polvere” lo lega intimamente alla terra (‘adamah), su cui egli (‘adam’) abita. Ci stiamo accorgendo sempre di più che questa semplice verità è parte del nostro esistere: i danni ambientali hanno conseguenze sull’essere umano e sul creato. Scopriamo con chiarezza che “tutto è connesso”. Forse non ne eravamo del tutto consapevoli. La pandemia che ancora affligge il mondo ci ha resi più coscienti di questa verità. Un virus maligno ha attraversato il mondo, non ha chiesto il permesso di soggiorno a nessuno, ha valicato confini di popoli e continenti, ci ha sorpreso nella nostra fragilità, indifesi, impreparati. Ci credevamo padroni e ci siamo ritrovati sottomessi, impreparati a rispondere nonostante il progresso della scienza.

3.      Gn 1-11: - armonia della creazione in un mondo di relazioni.  Se tutto è connesso, siamo chiamati a scoprire il senso della relazione che ci lega. Il primo racconto della creazione, come viene abitualmente chiamato dagli studiosi, ci descrive il creato come un’armonia di differenze: luce/tenebre; acque superiori/acque inferiori; cielo/terra; terra asciutta/mare; giorno/notte; animali acquatici/animali terrestri; maschio/femmina. Gli esseri creati vivono in armonia proprio per la loro differenza. Se essi non rispettano l’esistenza della loro differenza e si mescolano, si ritorna al caos originario, si innesta cioè un processo di de-creazione, come viene narrato nel racconto del diluvio, dove a causa della violenza umana si innesta un processo che fa tornare il creato al caos, al disordine cosmico. Non è ciò a cui stiamo assistendo nel mondo di oggi quando parliamo di violenza contro i poveri e contro la terra, come ci ricorda papa Francesco parlando del grido dei poveri e del grido delle terra? Non possiamo non pensare all’Amazzonia dopo quel Sinodo così profetico. La pandemia non ha fatto che aggravare un territorio già sofferente, dove l’avidità, la corruzione, la violenza e la riduzione in schiavitù fanno il resto fino a distruggere le preziose risorse di quel territorio[3]. 

4.      La dimensione performativa- 1. “Dominare, coltivare, custodire”.   Dio affida all’essere umano un compito: “Riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra” (Gn 1,28). Oltre al compito della generazione, cioè di permettere la continuazione della vita, viene affidato all’uomo quello di “soggiogare e dominare. Questo compito divino è stato spesso interpretato come l’azione di governo e dominio assoluto. L’essere umano avrebbe avuto da Dio, secondo la Bibbia, il compito di dominare sugli altri esseri viventi. Ciò sarebbe stato interpretato nella tradizione della Chiesa come un dominio assoluto, come papa Francesco ha ben notato parlando di “eccesso antropocentrico” (LS 116). Tuttavia, il verbo ebraico, in particolare il secondo (rdh) viene utilizzato per chi ha una funzione di guida e governo (Is 14,2.6; Ez 29,15; Sl 72,8; 110,2), ma anche per il pastore che si occupa del gregge, come in Ezechiele, dove si legge in un testo che si rivolge ai cattivi pastori: “Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza” (Ez 34,4). Il verbo contiene quindi un atto che implica il compito di occuparsi di qualcuno e di guidare, ma non indica di per sé sottomissione[4]. Nel quarto giorno Dio affida anche al sole e alla luna il compito di “governare” (verbo ebraico mashal) il giorno e la notte, quindi con la funzione di rendere possibile un ordine del creato[5], che in questo caso è affidato all’essere umano in relazione alla terra e agli altri esseri viventi. In ogni caso questo primo compito è da leggere con quanto Iddio affida all’uomo dopo averlo posto nel “giardino dell’Eden”: “Dio lo pose nel giardino di Eden per coltivarlo e custodirlo”. I due verbi ebraici indicano un compito positivo, che si armonizza con quanto affidato all’uomo nel capitolo precedente. “Coltivare e custodire” sono due azioni complementari: non si può solo coltivare né solo custodire. L’interazione tra le due azioni è fondamentale perché la terra possa produrre ciò per cui il Signore l’ha creata. Ad esempio, una coltivazione intensiva di colture che prevedono il disboscamento e a cui seguono l’infertilità del terreno dopo alcuni anni sono contrarie al “custodire”, perché rendono il terreno improduttivo oltre ad aver distrutto la foresta. La situazione di quanto sta avvenendo in Amazzonia o in altre foreste tropicali, come in Indonesia o nei paesi dell’Africa equatoriale, è una chiara conseguenza dell’abuso delle risorse del creato, a cui la Bibbia ci mette in guardia con estrema chiarezza e insieme semplicità. Il valore di una lettura della Parola di Dio che tenga assieme i testi e li sappia interpretare nella storia risulta essenziale per non cadere nel fondamentalismo o in un’apologetica, che spezzetta la Bibbia senza coglierne le connessioni. I primi capitoli della Genesi contengono una saggezza che ha molto da insegnare anche al nostro tempo, pur rispondendo a situazioni diverse. L’essere umano può “coltivare e custodire” il creato solo nella misura in cui accetta di non esserne padrone assoluto, ma di considerarsi all’interno di un mondo in relazione. Quel giardino rappresenta il luogo della possibilità di incontrarsi e di costruire una relazione positiva con l’intero creato, dove l’essere umano è inteso come intimamente connesso con il resto degli esseri viventi proprio dalla sua origine. Capiamo il non senso dei muri che separano e dividono. Perciò proprio nel “coltivare e custodire” egli realizza stesso. Il tentativo di porsi al di sopra, di esaltare l’identità contro la diversità, nega questo compito antropologico e provoca una reazione a ogni livello, descritta nel prosieguo dei primi undici capitoli della Genesi, che culminerà nel racconto della torre di Babele e nella dispersione dei popoli.        2. Unità nella differenza. Dopo il racconto del diluvio il testo biblico si sofferma sulla distribuzione dei popoli sulla terra e sulla loro dispersione. Ci si potrebbe chiedere: Dio vuole unità o dispersione? La conclusione dei primi undici capitoli della Genesi narra la storia della torre di Babele, in realtà costruzione di un tempio alla divinità simile a quello che Israele in esilio poteva contemplare a Babilonia: enormi e alti edifici a più livelli attraverso cui si accedeva al culto della divinità. Sono chiamate ziqqurat. In essa l’autore, che scrive non lontano da questo periodo storico, cioè l’esilio babilonese (VI secolo), cercando di rileggere la vicenda del suo popolo, vede il tentativo dell’umanità di creare un’unità sotto un unico potere, un po’ come quello di Dio, a scapito della differenza dei popoli e delle lingue. Ma questo tentativo è fallimentare. Dio non accetta un’unità che omologa tutti sotto lo stesso potere. Per questo disperde i popoli, vuole cioè che ci sia unità ma nella differenza. Del resto, così era stato già descritto nei capitoli precedenti della Genesi, che parlavano della divisione dei popoli (Genesi 10). La Bibbia vuole ammonire davanti al continuo tentativo umano di innalzarsi a padrone assoluto degli altri e del creato, espletando quell’eccesso antropologico, che vuole eliminare qualsiasi potere oltre se stessi e unificare tutti attorno a sé. Il diluvio mostrava il ritorno al caos nel creato come la torre di Babele mostra il ritorno al caos nelle relazioni tra individui e popoli, con la conseguente impossibilità a vivere insieme, quando non si accetta di vivere l’unità nella diversità[6].  La ripresa del racconto con la vicenda di Abramo, a cui Dio chiede di “uscire” dalla sua terra e dalla casa di suo padre contiene l’inizio di una risposta alla domanda che ci siamo fatti all’inizio. Sì, Dio vuole unità, ma nel rispetto della diversità (LS, 89). Ma per raggiungere l’unità bisogna uscire dai propri confini umani e spirituali.

5.      La dimensione spirituale e contemplativa: lo shabbat. L’ultimo capitolo dell’enciclica titola: “Educazione e spiritualità ecologica”. Papa Francesco scrive che “la crisi ecologica è un appello a una profonda conversione interiore” (LS 217). E più avanti: “La spiritualità cristiana propone un modo alternativo di intendere la qualità della vita, e incoraggia uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo” (LS 222). Dimensione profetica e contemplativa sono strettamente collegate, perché la profezia nasce da un’intima unione con Dio, quindi dalla capacità di ascolto della sua parola che va collocata nella storia perché parla nella storia. Se le nostre comunità cristiane sono a volte poco attente di fronte alla sofferenza del creato è anche la conseguenza di un ascolto distratto della Parola di Dio e di una scarsa coscienza di una fede che vive nella storia e non nel privato di casa propria e neppure del proprio gruppo e della propria realtà ecclesiale. Prendiamo come modello il profeta Elia (1 Re 17-2 Re 2): uomo di Dio, si scontra con la sofferenza del creato (siccità e carestia), quella dei poveri (la vedova di Sarepta), l’illusione dei falsi profeti. Tuttavia anch’egli sente la minaccia della morte e fugge. Solo dopo “essere uscito” dalla caverna dove aveva trovato rifugio sul monte, incontra di nuovo Dio che gli parla in modo del tutto inaspettato: non nel vento impetuoso, non nel terremoto né nel fuoco, ma solo “in una voce di silenzio leggero” (qol demamah daqqah; 1 Re 19,12). Sì, Dio parla ma non nel fragore del Sinai, ma nel silenzio leggero. Allora il profeta ascolta e può compiere la sua missione. Nella contemplazione di Dio che gli parla Elia può prendersi la responsabilità di guidare la storia. Non basta fare, agire, perché questo non può che essere la conseguenza di chi si mette di fronte al Signore. È significativo che tutto il primo racconto della creazione sia costruito sul rapporto tra primo giorno, quarto giorno e settimo giorno. Il quarto giorno è al centro della disposizione numerica dispari di sette e in quella pari di dieci, perché in esso si stabilisce l’alternarsi del tempo in cui l’essere umano è chiamato a riconoscere attraverso il tempo liturgico la presenza di Dio. Esso trova compimento nello shabbat, il settimo giorno, che realizza l’opera di Dio[7]. Il testo dice che Dio “benedisse e consacrò” il settimo giorno. Solo nella contemplazione dello shabbat la creazione raggiunge il suo compimento, e la creazione ha bisogno dello shabbat, dove la terra si riposi e l’essere umano riconosca che tutto ha origine in Dio, e per questo lo lodi. Nella lode del sabato si realizza ogni volta l’opera di Dio con il concorso dell’opera dell’uomo. Questa è la vera profezia che noi possiamo offrire perché il creato continui ad esistere. È chiaro che per noi cristiani si tratta del tempo della domenica e dell’urgenza di recuperarne il senso contemplativo, perché interrompendo la frenesia della nostra attività consumista riconosciamo che non siamo noi anzitutto gli artefici del progresso e del creato, ma all’origine c’è Dio, e che il creato ha bisogno del suo riposo. Nel sabato l’essere umano scopre il senso del limite e torna a lasciar agire Dio. Forse non ci siamo resi conto che una delle conseguenze positive, forse poche, del lockdown ha avuto come oggetto proprio il creato, la terra, i mari, i fiumi. I dati dicono che persino il movimento tellurico del suolo terrestre è diminuito in questo tempo del 50% proprio per la diminuzione del traffico e dell’attività umana. Spero non dovremo aspettare la prossima pandemia per capire la lezione che il creato ci ha dato[8].

6.      Il grido della terra – il grido dei poveri: la nuova creazione (Rom 8; Ap 21). Solo in uno spazio di libertà dal proprio fare e costruire, l’essere umano acquista lo sguardo necessario per addentrarsi nella sofferenza del creato, che si unisce a quella dei poveri. La Laudato coglie l’unità che esiste tra “grido della terra e grido dei poveri”, che manifesta quanto papa Francesco vuole comunicarci parlando di ecologia integrale: “Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” (LS 49). Questo grido ci proietta verso il futuro, verso quella liberazione espressa nella lettera ai Romani, quando Paolo parla del gemito della creazione (Rm 8), e in Apocalisse 21, laddove si annuncia che il Signore farà nuove tutte le cose. Davanti al dolore del nostro tempo, alla malattia e alla morte, al gemito della creazione e dell’umanità, soprattutto dei più poveri, nonché alle conseguenze sociali e economiche provocate, la Bibbia ci proietta verso il futuro con speranza, non per allontanarci dalla sofferenza del presente, ma per indicarci una risposta spirituale che può davvero aiutarci a risollevare l’umanità perché sia davvero un nuovo inizio e non solo, come si usa dire, una ripresa che lascia tutto come prima, o magari peggio di prima. La fede in questo senso può contribuire a una risposta spirituale, che aiuti a cercare non con egoismo, ma insieme quei giusti rimedi alla pandemia che affligge l’umanità, ma anche alla sofferenza del creato, di cui noi tutti siamo parte[9].


Ambrogio Spreafico

Qui l'articolo pubblicato a pagina 2 dell'inserto regionale
pdfLA1309LAZ2.pdf

 



[2] Sulla lettura dei primi undici capitoli della Genesi vedi: Ambrogio Spreafico, Il capolavoro imperfetto. Il creato tra meraviglia e problema, EDB, Bologna 219, p. 9-26.43-52.

[3] Si veda il recente volume della rivista CHA USA 28.2 (summer 2020) https://www.chausa.org/docs/default-source/hceusa/hceusa_2020_summer_full-issue.pdf?sfvrsn=6 visitato il 19.08.2020.

[4] Cf. Walter Brueggemann, Genesi, Claudiana, Brescia 2002, p. 52-53; cf anche Claus Westermann, Genesis 1-11. A Commentary, Augsburg Publishing House, Minneapolis 1984, p. 158-161. L’autore in una dettagliata discussione affronta anche il problema dell’interpretazione del verbo ebraico all’interno del contesto, attenuando, in maniera diversa rispetto a Brueggemann, il senso del dominio assoluto. Una lunga trattazione del significato di rdh si trova nel Grande Lessico dell’Antico Testamento, vol. VIII, a cura di H.-J. Zobel, p. 214-225, il quale, riprendendo Westermann attribuisce il comando dato all’essere umano come un principio di collaborazione con Dio all’interno della creazione, attenuando quindi il valore di dominio assoluto sul creato da parte dell’essere umano; vedi anche Lothar Ruppert, Genesis. Ein kritischer und theologischer Kommentar. 1. Teilband. Gen 1,1-11,26, 2. korrigierte und ergänzte Auflage, Würzburg 2003 (Echter-Verlag), 1. Auflage 1991, p. 86-87.

[5] Cf. Andreas Schule, Die Urgeschichte (Genesis 1-11), Zurcher Bibelkommantare AT 1.1, Theologische Verlag Zurich 20202., p. 54-55.

[6] Cf. Ambrogio Spreafico, Ordine cosmico e prospettiva ultraterrena nell’ultimo periodo dell’AT. Convegno di studi veterotestamentari  (Susa , 13-17 settembre 1981), Rassegna di Teologia 2 (1982), p. 150-159.

[7] Abraham Joshua Heschel, Il sabato. Il suo significato per l’uomo moderno, Garzanti, Cernusco s/N (Mi) 1999, p. 93-96; Benjamin Gross, Un momento di eternità. Il sabato nella tradizione ebraica, EDB, Bologna 2018, p. 63-79.

[8] Si veda il report Global quieting of high-frequency seismic noise due to COVID-19 pandemic lockdown measures pubblicato su “Science” 23 Jul 2020: eabd2438; DOI: 10.1126/science.abd2438

[9] Adele Bianco, Il mondo post COVID-19: cesura o continuità? DOI 10.32049/RTSA.2020.2.07, cfr. http://rtsa.eu/RTSA_2_2020_Bianco.pdf visitata il 19.08.2020 e il recente June 2020 Global Economic Prospects report visitato il 19.08.2020.

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